Paestum 2009
“Progetto Paestum 2009”
a cura del
Liceo Scientifico “Giovanni Marinelli”
Il PRE-PAESTUM: il Gruppo di Archeologia e non solo…
di Elisa Bolzicco
Il Gruppo di Archeologia nasce da un’idea di Luca Zamparo della classe 3^ C, sotto la coordinazione della prof.ssa Lucia Medeossi, e si è sviluppato durante l’anno scolastico 2008-2009.
Gli studenti interessati si sono incontrati con regolarità il secondo e il quarto giovedì di ogni mese e durante le assemblee di istituto mensili.
Tra gli scopi che ci siamo proposti all’inizio dell’anno era prevista la realizzazione di un sito interattivo in cui inserire tutti i nostri lavori: il nostro obiettivo è stato raggiunto con gran successo ed è possibile visitarlo alla pagina internet www.archeomania.it .
Il progetto per la realizzazione del sito è stato organizzato attentamente e ogni componente ha avuto il suo preciso e personale ruolo: per esempio, il sito è stato realizzato dall’alunna Antonia Lavinia Zuliani della classe 2^C.
Durante i nostri incontri, dopo aver deciso quali argomenti trattare, abbiamo cercato materiale per realizzare i testi con cui arricchire il sito di informazioni relative alla zona archeologica di Paestum.
Durante l’anno, non ci siamo incontrati solo per la elaborazione dei testi, ma anche per visitare musei e mostre. Il 12 febbraio 2009 ci siamo recati alla mostra “Cromazio di Aquileia al crocevia di genti e religioni” presso il Palazzo Patriarcale di Udine, realizzata per commemorare il XVI Centenario della morte di San Cromazio, vescovo di Aquileia. L’uscita è stata un successo oltre che per la raffinatezza e l’interesse storico e artistico dei reperti (giunti oltre che dai musei di Aquileia e di Udine, da importanti musei quali la “Accademia de Historia” di Madrid e il “Kunsthistorisches Museum” di Vienna), anche per la suggestiva cornice del Palazzo Arcivescovile, con i meravigliosi affreschi del Tiepolo e le sue maestose architetture.
Il Gruppo di Archeologia nasce dal “Progetto Paestum” che ha come obiettivo il viaggio di istruzione e di lavoro presso il sito archeologico di Paestum in Campania.
In occasione degli ultimi incontri abbiamo valutato quali località sarebbe stato interessante visitare una volta arrivati nel Salernitano: tra le proposte da noi suggerite la Società Friulana di Archeologia ha scelto la visita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e ai siti di Pompei e Velia.
Per concludere, posso dire che far parte del Gruppo di Archeologia è un’esperienza bellissima e molto utile che personalmente mi ha arricchito molto sia dal punto di vista umano che culturale.
Introduzione al “Progetto Paestum 2009”
di Pietro Muzzin
Dal 2002, il Liceo Marinelli organizza con la Società Friulana di Archeologia il “Progetto Paestum”, a cui da qualche anno partecipano anche i due Licei “Copernico” e “Stellini”. Anch’io quest’anno ho finalmente deciso, grazie alle informazioni dateci dalla prof. Mercedes Vecchiet, di partecipare al “Progetto Paestum”. Partiti da Udine il 28 maggio in direzione della provincia salernitana, dopo circa 12 ore di viaggio siamo arrivati nel comune di Capaccio-Torre di Paestum, all’insegna di scherzi vari.
Il principale scopo del progetto è la ripulitura di una parte dell’area archeologica di Paestum, che conta ben tre templi risalenti al V secolo a. C., in ottimo stato di conservazione, e i resti dell’antica città di Paestum. Durante questi giorni ci siamo perciò recati agli scavi e, divisi in tre gruppi, abbiamo svolto molti compiti, fra i quali estirpare le erbacce – che dopo un anno erano altissime – e pulire le varie stanze delle domus.
Come ogni anno, poi, abbiamo partecipato a numerose visite guidate, fra le quali quella al Museo Archeologico di Paestum, al Museo Archeologico di Napoli, a Velia e a Pompei, che più mi ha colpito e interessato. Abbiamo infatti passeggiato per la città ammirando gli edifici più importanti e osservando anche i calchi in gesso che riproducono perfettamente i corpi degli abitanti durante l’eruzione e le espressioni di grande terrore rimaste impresse sui loro volti.
La visita al Museo Archeologico di Napoli è stata molto suggestiva, ma la città mi ha colpito in modo negativo: forse ciò è dovuto al fatto che abbiamo percorso solo un breve tratto a piedi. Per questo motivo mi sono ripromesso di visitarla nuovamente in futuro, perché sono sicuro che sia una città unica e affascinante.![]()
In conclusione, è anche importante dire che oltre allo scopo pratico, ovvero la ripulitura degli scavi archeologici di Paestum, questo progetto si propone anche un secondo scopo, probabilmente più importante del primo: quello di educarci ad apprezzare e rispettare le bellezze storico-artistiche e geografiche che rendono unico il nostro Paese.
Per questo motivo posso dire che questa è stata un’esperienza unica e indimenticabile, anche perché ho avuto la possibilità di fare amicizia e di creare un bel rapporto con tutti i ragazzi che vi hanno partecipato.
Impressioni sull’antico mondo di Paestum
di Fabrizio Bennici e Luigi Zampa
Un’esperienza che mi ha molto coinvolto durante quest’anno scolastico e che è stata per me anche un’importante occasione di confronto con la cultura Greca e Romana è sicuramente il “Progetto Paestum”, grazie al quale ho potuto lavorare direttamente sul campo in maniera attiva e visitare gli antichi siti di Velia e di Pompei.
Il sito archeologico di Paestum ha una forma pentagonale delimitata da imponenti mura di cinta lungo le quali si aprono quattro porte; esse si trovano allo sbocco delle due principali strade che si incrociano ad angolo retto, il cardo e il decumano. I primi elementi che si notano osservando il sito di Paestum, e a mio parere anche i più suggestivi, sono gli imponenti templi greci di Hera, di Nettuno e di Atena che si stagliano sul resto degli scavi, conferendo al paesaggio un’atmosfera di antica sacralità.
L’area degli scavi richiede continue cure. Al nostro arrivo, la parte in cui si trovano le insulae, che è stata affidata al nostro gruppo, era ricoperta da erbacce che tendevano ad occultare ciò che rimaneva degli antichi muri, delle strade e dei mosaici. Questo ostacolava i turisti che, per visitare il sito, dovevano affrontare le insidie della fitta vegetazione. Ma a me, che per la prima volta mi cimentavo nel duro lavoro di ripulire gli scavi, risultava più avvincente trovarli avvolti dalla natura incontaminata, perché mi dava l’idea di lavorare in un sito mai toccato da più di due millenni.
Lo scopo principale della nostra esperienza è stato quello di contribuire alla conservazione del patrimonio archeologico pestano, ripulendo e valorizzando il sito dello scavo, posto nella zona dei templi, più precisamente in un’area circoscritta al nucleo abitativo situato alle spalle dei santuari. Con alcune difficoltà, lavoro assiduo ma svolto con entusiasmo, con puntualità e una buona organizzazione garantita dalla presenza dei tre archeologi della Società Friulana di Archeologia, in circa una settimana abbiamo raggiunto un ottimo risultato: abbiamo ripulito interamente un’insula romana di ragguardevoli dimensioni.
Il faticoso lavoro a cui mi dedicavo mattina e pomeriggio negli scavi è
risultato molto appagante: rendere più chiare e ospitali quelle antiche domus mi rendeva direttamente partecipe della scoperta dell’antica cultura dalla quale noi discendiamo. La possibilità di lavorare a un così stretto contatto con la storia e la vicinanza ai reperti archeologici suscitava sensazioni ed emozioni che difficilmente si possono raccontare se non si è vissuta direttamente l’esperienza: spazzare un pavimento su cui i nostri lontani antenati hanno camminato, pulire un forno che ha cotto moltissimi piatti prelibati mi ha permesso di avere un’idea molto più chiara di come effettivamente erano strutturate le antiche città, cosa che fino ad ora avevo solo studiato dai libri, ottenendo nozioni mnemoniche e scollegate, senza cogliere la vera essenza di quel mondo. E’ davvero emozionante avere il privilegio di toccare con mano ambienti nei quali i nostri antichi antenati hanno vissuto.
Una lunga serie di deja-vu mi ha coinvolto emotivamente e mi ha portato in una realtà parallela dove ho potuto vivere in ‘prima persona’ la vita quotidiana all’interno dell’insula romana.
Molti sono stati i ringraziamenti che abbiamo ricevuto per il nostro lavoro, ma forse quelli che sono valsi di più e che hanno dato il vero senso alla nostra fatica sono stati quelli dei turisti, affascinati dal nostro lavoro e meravigliati che un gruppo di cinquanta studenti di Udine abbia percorso una così grande distanza e abbia affrontato tanta fatica per un motivo così nobile. Un’esperienza che sicuramente ha lasciato un segno indelebile in noi e che non dimenticheremo mai. Per questi motivi e per la bellissima compagnia che ogni anno si ritrova e si rinnova è sicuramente un’esperienza da rivivere.
La mia prima esperienza a Paestum
di Maria Cristina Centa
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La Tomba del Tuffatore
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Eccomi qui…a scrivere di un’esperienza speciale a dir poco fantastica: Paestum 2009!
Sono stati 10 giorni pieni di emozioni dal primo all’ultimo…e ripensandoci ora mi suscitano solo nostalgia!!
Ho visto tantissime cose che mi rimarranno in mente a lungo: i templi, le insulae in cui abbiamo svolto la nostra attività di volontariato, il museo di Paestum, Napoli, Pompei, gli amici e soprattutto il mare stupendo…
Lavorare nelle case di persone che sono vissute secoli e secoli fa inevitabilmente mi fa pensare a come doveva essere la città in quel tempo, com’erano le abitudini e gli stili di vita dei suoi abitanti: proprio dai luoghi quotidiani si possono ricavare le informazioni più sorprendenti.
Nel Museo Nazionale di Paestum mi ha particolarmente colpito e affascinato la Tomba del Tuffatore. Essa rappresenta uno dei più originali rinvenimenti archeologici di questo secolo: è una sepoltura che esteriormente non si distingueva dalle migliaia di tombe rinvenute intorno a Paestum; si tratta di una normale tomba a cassa formata da cinque lastre di calcare locale. Ciò che fa di essa un manufatto straordinario è il fatto di essere completamente affrescata nelle cinque pareti interne, compresa la lastra di copertura.
Tra gli oggetti del sobrio corredo, di cui facevano parte anche i resti di una lyra con cassa armonica formata da un guscio di tartaruga, una lekythos a vernice nera e due portaprofumi in alabastro.
Sulla parete corta di sinistra un giovinetto nudo che reca in mano una brocca è in piedi accanto al grande cratere da cui doveva attingere il vino. Sulle pareti lunghe è dipinta una scena di simposio: banchettanti coronati di foglie, sdraiati da soli o in coppie sulle klinai, sono raffigurati intenti al gioco del kottabos o impegnati in una conversazione amorosa; si distinguono un banchettante che attira a sé un efebo suonatore di cetra o ascoltano rapiti uno di loro intento al suono del doppio flauto.
Sull’altro lato corto, un giovane, accompagnato da un uomo anziano, si allontana dal simposio preceduto da una flautista.
Penso che la lastra di copertura sia la più affascinante: essa ci offre la rappresentazione che ha dato il nome alla tomba, il tuffatore, colto in un’immagine atletica che, pur avendo duemila anni di storia, ha una tale vivacità da risultare moderna ed indimenticabile per chiunque. Il fondo è bianco, chiaro richiamo all’infinito; la rappresentazione naturalistica è caratterizzata dalla presenza di due alberelli coralliformi. Il giovane si tuffa da una sorta di colonna a blocchi squadrati sovrapposti che ricorda un moderno trampolino e sembra destinato a terminare il suo salto in uno specchio d’acqua marina verde-azzurra. E’ una delle grandi opere pittoriche di tutti i tempi, forse la prima pittura greca non vascolare giunta fino a noi, risalente ad un autore greco o della Magna Grecia, datata tra il 480 e il 470 a.C. La Tomba del Tuffatore fu così definita nel 1968 dal suo scopritore, l’archeologo Mario Napoli.
Quali i significati allegorici di questo tuffo? E’ stato ritenuto dagli studiosi come il transito dell’anima verso la vita ultraterrena, un tuffo verso l’al di là. E lo specchio dell’acqua in questo contesto rappresenterebbe l’infinito del mare o la palude Stigia che il defunto doveva attraversare. Così la pittura greca rappresenterebbe in forma simbolica l’eterno. Probabilmente il giovane atleta è l’anima del morto che torna all’acqua, da cui tutto ha avuto origine. L’interpretazione è sicuramente suggestiva e ci presenta, in un divenire leggero, il più misterioso dei viaggi che l’uomo debba mai intraprendere.
La Tomba del Tuffatore è l’unica testimonianza della pittura funeraria greca di Poseidonia nel V sec. a.C. ed è anche un interessante documento dei rapporti esistenti tra la città greca ed il mondo etrusco, poiché richiama, nell’uso di dipingere le pareti interne del sepolcro, pratiche rituali attestate in più larga misura a Capua e in Etruria.
Penso sia straordinario il modo in cui viene ritratto il passaggio dalla vita alla morte, non come la dolorosa fine di tutto, ma come un tuffo in un altro mondo dove la nostra anima può continuare a vivere. Ed è proprio la gioiosità della scena che colpisce gli occhi e la mente del visitatore; questo particolare affresco mi affascina ogni volta che lo guardo perché penso che susciti le nostre emozioni più profonde…
Le metope del Museo Archeologico di Paestum
di Mattia Barbina
La visita al Museo Archeologico Nazionale di Paestum è stato il primo ed emozionante impatto con l’antica civiltà. La nascita di questa struttura è stata conseguente al rinvenimento di materiali e sculture nel santuario di Hera Argiva alla foce del Sele ad opera degli archeologi Umberto Zanotti Bianco e Paola Zancani Montuoso, che avevano compiuto le loro campagne di scavo negli anni ’30-‘50. Le metope del Santuario si trovano in uno stato di quasi perfetta conservazione e accolgono il visitatore nella prima sala del Museo. Prevale nelle 36 lastre la rappresentazione delle imprese dell’eroe greco Eracle: la cattura di un ferocissimo cinghiale, il suo soggiorno nella comunità dei centauri. La stessa immagina di Eracle, ripetuta in continuità nelle 17 metope che lo riguardano, indica la sua grande importanza nella mitologia greca, sottolineata anche dalle azioni in cui è stato raffigurato: uccide mostri mitologici, compie imprese impossibili per un essere umano. Egli rappresenta il trionfo dell’ordine civile e morale e, in particolare, per i coloni appena stabilitisi alla foce del Sele era il simbolo del loro desiderio di organizzare il territorio e la loro nuova società secondo quei valori.
Grande importanza, nel ciclo delle metope, è data alla Centauromachia: la guerra dei centauri con Eracle è rappresentata con minuziosi particolari che suggeriscono la durezza e crudezza della battaglia.
Le posizioni dei soggetti nelle metope e la loro disposizione spaziale danno l’idea della continuità d’azione, anche se frammentata dalla presenza dei triglifi, e creano un’impressione di forte simbolismo che sicuramente suggestionò l’antico visitatore che, una volta sbarcato alla foce del Sele, si avvicinava al tempio e, sollevando gli occhi pieno di stupore, si trovava di fronte il fregio con la serie di immagini ‘proiettate’ come fotogrammi.
I mosaici
di Chiara Palandrani
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Il mosaico è una composizione pittorica ottenuta mediante l’utilizzo di tessere, frammenti di materiali di diversa natura e colore (pietre, vetro, conchiglie), che possono essere anche decorati con oro o pietre preziose.
L’origine del termine “mosaico” è incerta e molto discussa. La teoria più conosciuta è quella secondo la quale la parola “mosaico” derivi dal greco MUSAIKON che significa “opera degna delle Muse”. Pare che sia stato trasmesso alla lingua latina con il nome di OPUS MUSIVUM, cioè “opera delle Muse” proprio per il fatto che le Muse, protettrici delle arti, erano considerate creature semidivine che vivevano lontano dalla civiltà, solitamente su isole deserte o in grotte nascoste, motivo per cui sia i greci che i romani, inizialmente, applicarono questo tipo di arte a nicchie, conche, anfratti e, soprattutto, pareti.
In seguito, l’arte musiva si è estesa a superfici sempre più ampie e dall’età paleocristiana ha decorato estese pavimentazioni e intere pareti di chiese ed edifici di varia natura, che possono ancora oggi essere ammirati.
Nell’ambito della città greco/romana di Poseidonia/Paestum e, in particolare, nell’area in cui noi stiamo lavorando da anni, i mosaici meglio conservati sono principalmente tre: il mosaico che si apre sul peristilio della “casa con impluvium di marmo”, il mosaico, attualmente in restauro, situato nella zona delle terme pubbliche e nei pressi della famosa “casa con piscina” e, infine, un delicato mosaico nascosto tra le stanze delle insulae, conosciuto per il suo tombino di scarico mosaicato, tuttora perfettamente funzionante.
Il primo mosaico, quello della domus con impluvio di marmo, è situato in una stanza che si affacciava sul peristilio, nella parte posteriore della casa ed è una delle poche opere musive di Paestum con motivi geometrici giunta integra e completa fino ai giorni nostri.
L’interno della stanza è suddiviso in due parti decorate con due mosaici diversi: di forma rettangolare, sono composti da una o più cornici di tessere quadrate bianche e nere poste a 45° rispetto agli assi del mosaico; all’interno di questi riquadri è presente un motivo di greche simili a svastiche e quadrati di tessere solamente bianche. I due mosaici si differenziano per il fatto che uno possiede al centro una decorazione con fiorellini stilizzati (il centro nero e quattro tessere bianche ai lati) posti a formare un grande reticolato decorativo; l’altro, invece, non presenta alcuna decorazione interna. Bisogna notare, però, come tra i due mosaici sia presente una specie di linea separatoria formata anch’essa da tre file molto ravvicinate di tessere, due bianche e una nera; inoltre, nella stanza si può riconoscere una specie di sporgenza che esce dal muro, costruita però dopo la realizzazione del mosaico.
Il mosaico di fronte alla casa con piscina è situato in una stanza
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affacciata sulla strada, alla quale attualmente si può accedere solo attraverso un’apertura nel muro. Da poco restaurato e coperto con teli protettivi e ghiaia, in attesa di poter essere esposto alla vista dei visitatori, è fra i mosaici meglio conservati a Paestum e rappresenta una figura – probabilmente il dio Poseidone – che cavalca dei cavalli marini reggendo in mano un tridente; tutt’intorno sono rappresentate figure di pesci e di altre creature del mare. Il mosaico, di ampie dimensioni (circa 9×13 metri), ha uno sfondo bianco su cui risaltano le immagini nere e possiede un fascino misterioso ed inspiegabile.
L’ultimo mosaico compare inaspettatamente davanti agli occhi di chi si aggira nel centro della zona residenziale, in una stanza affacciata a un peristilio. Il motivo geometrico è simile a quello del mosaico della casa con impluvio di marmo: esso presenta un motivo a svastiche con quadrati incorniciato da un bordo con tessere bianche e nere e da uno spazio puntinato di tessere poste a intervalli regolari; al centro, invece, si può vedere un fitto motivo a greche romboidali che forma un regolare e geometrico reticolo.
La peculiarità di questa stanza, però, è la presenza di una specie di tombino composto da una piccola sezione quadrata in piombo con sette fori che permettono lo scolo dell’acqua; intorno alla parte plumbea sono state disposte delle tessere bianche e nere che formano un quadrato decorativo molto affascinante.
Difficile è giustificare la presenza di un “tombino” in questa stanza, sappiamo solo che ancor oggi è in perfette condizioni e che svolge il suo compito in maniera impeccabile, specie dopo un temporale o una perturbazione.
Questi sono i mosaici meglio conservati nel sito archeologico, ma possiamo trovarne molti altri, per quanto incompleti e rovinati. Per esempio, in una stanza che noi abbiamo battezzato “la stanza con lo zerbino”, all’ingresso è stato realizzato un mosaico rettangolare che assomiglia a uno zerbino davanti a una porta; all’interno della stanza il pavimento è interamente ricoperto da un mosaico composto dall’intersezione di una moltitudine di cerchi perfetti, che forma un meraviglioso esempio di geometria antica. Un altro mosaico, la maggior parte del quale è andata distrutta, presenta dei motivi geometrici composti da più cerchi molto colorati: questa è la conferma che i mosaici potevano essere realizzati anche con tonalità assai vivaci.
La bellezza di questi mosaici impone la necessità di riflettere sulle modalità di conservazione, affinché non siano danneggiati dalle intemperie, ma, allo stesso tempo, non sia impedito ai visitatori di ammirarli in tutto il loro splendore.
La nostra battaglia
di Fabio Sporzon
Come ogni anno noi del Marinelli, insieme ai colleghi del Copernico e dello Stellini, siamo andati ad affrontare un nemico ormai ben conosciuto. La nostra battaglia si svolge nel sito archeologico di Paestum, che si trova nel comune di Capaccio in provincia di Salerno. Prima di partire per la nostra fantastica avventura, ci siamo preparati, grazie all’aiuto di tre splendidi archeologi – Luca, Marta e Maria Giulia – per comprendere a fondo le modalità e gli scopi del nostro lavoro, cioè riportare alla fruibilità dei visitatori una parte dell’area archeologica ricoperta dalla veloce rigenerazione della natura.
Il nemico che ci ha fatto tanto penare non aveva gambe per scappare, né braccia per difendersi o un cervello per pensare, ma profonde radici che si insinuavano nel terreno a distruggere lentamente ma inesorabilmente il nostro patrimonio.
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C’erano erbe di ogni forma e dimensione, alcune alte e affusolate come per esempio le spighe del grano o le graminacee, altre più basse e spinose come il cardo oppure i rovi con i loro pomposi cespugli che si insinuavano tra le pareti e il pavimento, rendendo difficile la nostra opera di bonificatori, e, per finire, anche questo anno è ricomparsa lei, la nostra nemica per antonomasia: la gramigna.
Eravamo, comunque, preparati al peggio. Infatti, muniti di guanti e molta buona volontà, con gli strumenti messi a disposizione dalla società archeologica (zappe, cazzuole, picconi, scope e palette) abbiamo sfidato e sconfitto il nostro avversario.
È stata dura, bisogna ammetterlo. Alcune volte, quando trovavo delle radici tanto profonde che non riuscivo a estirpare, sapendo perfettamente che il prossimo anno sarebbero ritornate più forti di prima, avrei voluto mollare, ma poi, guardando indietro e vedendo il magnifico lavoro fatto, sentivo tornare in me la voglia di restituire agli appassionati ciò che il corso del tempo e la natura hanno sottratto, di far riapparire i segni di una civiltà e di una cultura scomparse, ma che sono ancora vive in noi. Così, con questo pensiero, riprendendo in mano gli strumenti del mestiere ricominciavo a lavorare ancora più accanitamente.
Alla fine abbiamo avuto la meglio, anche se siamo consapevoli che i risultati del nostro lavoro così perfetto sono inevitabilmente temporanei e provvisori. L’idea che il prossimo anno ricominceremo la nostra battaglia da capo non è molto allettante, ma a noi questo non importa: ciò che conta davvero è dare un contributo alla comunità e allo stesso tempo divertirci.
Le erbacce di Paestum, mastro Picchetto e altre amenità
di Mara Colautti e Miriam Venturini
Nei dieci lunghi giorni del soggiorno a Paestum – molti di meno se si escludono quelli del viaggio e delle visite guidate – ho strappato una quantità impressionante di erbacce. Infatti in un anno il sito si è decisamente deteriorato soprattutto a causa della mancanza di fondi necessari ad una costante pulizia e rimozione dell’erba in crescita continua: proliferazione favorita dalle abbondanti e frequenti piogge che questo inverno sono state particolarmente intense. Anche i turisti si lamentano della situazione: l’erba alta impedisce di ammirare appieno i templi e i resti delle insulae.
Il nostro gruppo di 45 studenti ha reso nuovamente fruibile l’insula già ripulita negli anni scorsi, ripartendo dalla casa con l’impluvium di marmo e proseguendo verso il tempio di Cerere o Atena. L’ingresso era abbastanza ben tenuto, ma man mano che si avanzava l’erba diventava sempre più alta. In alcune stanze era più di un metro e, visto che gli ambienti erano troppo stretti per utilizzare il decespugliatore, bisognava estirparle tutte a mano.
Nella conservazione del sito molto dipende anche da ciò che è stato fatto in passato per preservare le stanze: in alcune la copertura in coccio pesto ha impedito quasi totalmente la ricomparsa delle erbacce, in altre è stata sparsa della ghiaia che avrebbe dovuto impedirne la crescita esponenziale, ma che, oltre a non servire allo scopo, ha reso più difficile il nostro lavoro. Altre ancora si trovavano in uno stato di abbandono totale. Vorremmo non dover riprendere ogni anno lo stesso lavoro, rivedere le stesse stanze sempre ricoperte di erbacce: è piuttosto demotivante. Vorremmo chiedere all’amministrazione del parco e del museo di trovare un sistema efficace per conservare intatte le insulae da noi ripulite, così da proteggere il sito archeologico e da permetterci di svolgere il nostro lavoro in un’altra area del parco.
La parte peggiore che io abbia mai pulito è stata una malefica stradina piena di brutte radici che non volevano farsi estirpare. Io e Miriam eravamo talmente disperate da soprannominare l’attrezzo per sradicare – chiamato picchetto – Mastro Picchetto per assonanza con il più famoso mastro Geppetto. Finita la stradina abbiamo fatto un giro tra le stanze fino a scorgere tra l’erba alta due poveri ragazzi, Chiara e Michele, semisepolti e abbiamo deciso di aiutarli.
Che lavoro immane! Fare la decespugliatrice umana non è mai stato il mio sogno! In un’altra stanza, invece, abbiamo provveduto ad arrotolare tutta l’erba in un grosso tappeto verde al ritmo di Papaveri e papere e La guerra di Piero, ricordateci dalla cospicua presenza di papaveri: Dormi sepolto in un campo di grano /non è la rosa non è il tulipano /che ti fan veglia all’ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi.
Fantastici i turisti francesi che ci incoraggiavano in un italiano comprensibilmente stentato dicendoci “Bravo, coraggio!”, oppure gli italiani che immancabilmente ci chiedevano da dove venivamo.
Visitando Pompei ci siamo resi conto che è possibile mantenere “in salute” un sito di grandi dimensioni e aspettiamo il giorno in cui vedremo così anche la nostra Paestum. Non potrebbe bastare a mantenere l’erba al livello del suolo una sola capretta? Temo che dovrà passare ancora qualche decina d’anni prima che il nostro contributo non sia più necessario, ma fino a quel momento spero ci siano sempre degli studenti orgogliosi di contribuire alla conservazione di questo importante sito archeologico.
L’amaca
di Tinnirello Matteo
Quest’anno il “Progetto Paestum” è stato particolarmente divertente, forse anche grazie all’equilibrato numero di ragazzi: non era, infatti, né troppo esiguo né troppo abbondante, adatto a garantire una perfetta integrazione dei singoli nel gruppo.
La novità di questa edizione è stata la presenza di un’amaca, che è diventata il luogo di ritrovo più frequentato del campeggio: qui ci rilassavamo e ci divertivamo moltissimo. Subito dopo pranzo l’amaca era sempre affollata da persone intente a discutere di argomenti talvolta intelligenti, talvolta futili. Ma i momenti più divertenti sono stati sicuramente quando, la sera, ci riunivamo ed improvvisavamo canzoni accompagnate dalla chitarra di Guido. I testi di canzoni famosissime erano spesso parodiati per ridere un po’ di più tutti insieme.
L’amaca era spesso contesa: finito il pranzo, infatti, tutti correvano all’impazzata per prendere posto su di essa, ma solamente il più veloce poteva riuscire nel suo scopo. Così succedeva che fosse occupata sempre dalle stesse persone, mentre tante non hanno potuto usufruirne, come, per esempio, il prof. Cojutti, legittimo proprietario dell’amaca. Anche la mattina essa era ambita: cosa c’è infatti di meglio che sdraiarsi sull’amaca dopo aver fatto il bagno mattutino, aspettando la colazione?
La magia della spiaggia
di Elisa Croatto
Dire che la spiaggia sia semplicemente una “fascia di costa pianeggiante, generalmente sabbiosa, frequentata dai bagnanti nei mesi estivi”, come recita il vocabolario, sminuirebbe eccessivamente la bellezza di questo luogo.
A Torre di Paestum, infatti, oltrepassando un cancello, entriamo in un mondo fantastico circondato a destra dalla Costiera Amalfitana e a sinistra dalla Costiera Cilentana, che termina con Punta Licosa. Uno spettacolo di giochi creato dai riflessi di luce e ombra sulle onde del mare si presenta ai nostri occhi, ormai già abbagliati dallo splendore che ci circonda.
Ma di sera il buio avvolge tutto, creando la giusta atmosfera, romantica e spettrale allo stesso tempo. Il dolce e rilassante rumore della risacca è l’unico suono percepibile, i granelli freddi della sabbia giocano a nascondino fra le dita dei piedi nudi, mentre delicatamente li massaggiano, e la bianca luce della luna che si proietta sull’acqua illumina l’attimo perfetto e magico che stai vivendo, rendendolo indelebile, come se fosse fissato dal flash di una macchina fotografica. E quel momento sfiora la perfezione quando lo vivi in simbiosi con qualcuno.
Non dimenticherò mai il fascino magico della spiaggia e gli amici con cui ho avuto la fortuna di condividere questi incantati momenti.
Tutte queste emozioni vengono amplificate se pensiamo che, sulla nostra destra, un’ isola solitaria ci fissa… un’isola la cui fama deriva dal mito narrato da Strabone con queste parole: “Chi navighi il golfo, da Poseidonia, vede l’isola di Leucosia, a breve distanza dalla terraferma, il cui nome deriva da una delle Sirene qui caduta dopo che esse, come si racconta, precipitarono nell’abisso del mare.”
Il Mare
di Antonia Lavinia Zuliani
Quando ripenso a Paestum, non sono solo i maestosi templi a riaffiorare alla memoria, né i misteriosi volti delle statue antiche, né i visi amici. Il primo rumore che ritorna alla mente è quello della risacca, poi l’odore del sale. Infine, serpeggiante, ritorna quel vento di mare che scompiglia le gonne e i capelli, che porta alle orecchie il canto ammaliante di sirene inesistenti, il tintinnio di miti arcani ed eternamente incomprensibili.
E’ quel mare egoista e riottoso, che entra nel cuore di ciascuno senza permettere
di abbandonarne il ricordo, sono quelle onde maestose ed eleganti, che si scontrano con i corpi in ventagli di spuma, che lasciano la propria carezza eterna sulla pelle. Sono questi i ricordi che per primi si fanno strada nella mia mente.
Ogni volta che si varca la soglia sassosa che divide il mondo reale dalla spiaggia, ogni volta che si percorre il breve tratto sabbioso che ci separa dalle onde, ogni volta che la spiaggia è silenziosa e vuota, spazzata dal vento intemperante, ogni volta che le onde lambiscono i piedi, inumidendo le vesti e rischiarando i pensieri, la prima emozione che raggiunge il cuore è quella di sentirsi a casa, sfiorata dal tocco materno di un’acqua benevola.
Stupendo alla vista è anche il mare bagnato, quando la pioggia ne sferza le onde, che si inerpicano nell’aria fredda scindendosi in mille gocce salate che cadono sulla pelle miste all’acqua del cielo.
Indelebile, nella memoria di ciascuno, sarà il mare notturno, incorniciato dal pallido manto grigio della notte e dallo sbocciare delle stelle e cullato dal sussurro della chitarra, che scivola attorno ai corpi seduti sulla sabbia fredda, irretendoci nel suo fascinoso invito all’amicizia incondizionata, alla creazione di legami così intensi da parere ormai invecchiati da lunghi anni di conoscenza, nonostante siano in realtà in bilico sulla sottile fune del primo incontro, un frutto ancora acerbo destinato a maturare dopo un’improvvisa e colorata fioritura.
Visita alla città di Velia
di Marco Maria Mansutti e Jacopo Greguoldo
Elea, che i Romani latinizzarono in Velia, è situata sulla costa tirrenica, tra Punta Licosa ed il promontorio di Palinuro, e prende il suo nome da una sorgente locale. La città acquistò grande fama ed importanza per la prosperità dei suoi commerci marittimi – testimoniati anche dal ritrovamento di un porto situato all’ingresso della città, dove attualmente si trova il centro abitato – , per la bellezza e la salubrità dei luoghi e per le buone leggi volute da Parmenide che resero il sito tra i più importanti e conosciuti già nel VI-V sec. a.C.
Ciò che fece di Elea una località nota in tutta l’area mediterranea fu, però, la presenza di una scuola filosofica, che ebbe anche notevoli valenze mediche, fondata da Parmenide, considerato uno degli otto medici caposcuola di tutto il mondo antico.
La scuola ebbe una grande influenza sul pensiero greco. Uno degli allievi più famosi fu Zenone, considerato il padre della matematica di precisione ed autore dei famosi paradossi.
A Elea è ben documentato il culto di Asclepio, il dio della medicina; è quasi certo che ci fosse anche un Asclepieion, un complesso monumentale adibito alla cura e alla accoglienza dei malati, come un moderno ospedale, dove si è ipotizzato l’ uso dell’idroterapia; il suo sito è stato identificato in un triplice terrazzamento collegato alle terme e dominato dalla presenza di fontane, vasche e cisterne.
Storicamente Velia fu fondata intorno al VI sec. a.C. dai Focei, fuggiti dalle coste dell’Asia Minore dopo aver subito l’invasione persiana che metterà fine al periodo di splendore della Grecia; dalla fine del V secolo a.C. la città cominciò a scontrarsi con i Lucani, che nel corso del IV secolo progressivamente ne assorbirono la cultura. Anche in seguito essa mantenne un ruolo importante in Magna Grecia, tanto che, quando nell’ 88 a.C. divenne municipium romano al pari di Napoli, ottenne da Roma, caso rarissimo, il diritto di conservare la lingua greca e di continuare a coniare autonomamente la propria moneta.
Anche in età romana godette di grande fama per la sua cultura e per la salubrità del suo clima,
tanto da diventare uno dei luoghi di villeggiatura più esclusivi. Vi trovò spesso ospitalità Cicerone che, come fa anche Orazio, ne parla nelle epistole come di un luogo ideale per la cura del corpo e dello spirito.
La città è costituita da un quartiere meridionale, che si affacciava sulla spiaggia di un bacino naturale oggi interrato e in cui si trovano strutture edilizie che vanno dall’età ellenistica agli ultimi decenni del I secolo a.C., da un quartiere settentrionale, raggiungibile inerpicandosi nella zona a nord del promontorio, e, lungo le pendici occidentali, dal più antico quartiere occidentale. I tre quartieri circondavano l’acropoli, destinata a edifici con funzione pubblica, sia sacra che civile.
Per raggiungere la parte più alta della città bisogna percorrere una via del IV e III secolo a.C. che attraversa tutto il promontorio. Vale la pena compiere questo percorso, perché dall’alto della collina si gode una splendida visione di tutto il golfo. Sulla cima della collina si trova un imponente castello medievale, in alcune sue parti ancora ben integro.
Vista la gloria passata della città, ci si potrebbe aspettare una Elea conservata in modo consono a ciò che essa ha rappresentato. Purtroppo, però, i resti giunti fino a noi sono per lo più fondamenta di edifici pubblici e privati, come ad esempio le antiche terme, tanto che difficilmente un visitatore moderno potrebbe riuscire a comprendere l’importanza dell’antica città.
Unica parte conservata integralmente è la ‘Porta Rosa’, uno degli antichi accessi, circondata da mura spesse più di 5 metri. Essa ha ricevuto tale nome in onore della moglie dello scopritore.
La presenza di una guida è indispensabile per cogliere la complessa struttura urbanistica che contraddistingue questo sito, molto interessante anche per fare un confronto con la vicina Paestum.
L’Ercole Farnese al Museo Archeologico Nazionale di Napoli
di Michele Marello
Una delle mete principali del nostro soggiorno a Paestum è stata il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Il palazzo che ospita l’attuale Museo fu costruito nel 1586 e destinato, su commissione di Don Pedro Giron, viceré di Napoli dal 1582 al 1586, a essere una caserma di cavalleria, la cosiddetta Cavallerizza. In seguito, dal 1612 al 1776, l’edificio divenne Università, il Palazzo dei Regi Studi, per volere del viceré Don Pedro Fernàndez de Castro; dal 1777 al 1859 divenne Real Museo Borbonico sotto il regno di Ferdinando IV, che spostò l’Università nella sua sede originale, l’ex convento del Salvatore; dal 1860 al 1957, in seguito all’unità d’Italia, divenne Museo Nazionale; infine nel 1958, quando la pinacoteca fu trasferita a Capodimonte, divenne Museo Archeologico Nazionale, sottoposto continuamente, fino ai giorni nostri, a tutta una serie di restauri per ripristinare le zone appartenute all’antica Cavallerizza e per ampliare il cosiddetto “Braccio Nuovo” rimasto in uno stato di degrado dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e solo ora nuovamente utilizzato.
Fra tutte le opere antiche ospitate nel Museo, l’Ercole Farnese è la scultura che mi ha colpito maggiormente per l’imponenza e il trattamento realistico della superficie marmorea. L’eroe personifica il trionfo del coraggio dell’uomo di fronte alle prove a lui imposte dagli dei gelosi. A Ercole, figlio di Zeus, era concessa l’immortalità solo a patto che affrontasse e superasse una serie di prove difficili e apparentemente impossibili da portare a termine. Nella figura di Ercole viene rappresentata anche la fatica dell’uomo e la massiccia muscolatura suggerisce l’impressione di una potenza infinita ma esausta.
Questa colossale statua fu rinvenuta nel tepidarium delle Terme di Caracalla a Roma, e, insieme a tutte le opere raccolte dalla famiglia Farnese a partire dal XVI secolo, è stata trasferita a Napoli dal 1787 in seguito al matrimonio di Elisabetta Farnese con Filippo V di Spagna.
L’opera è originale, ad eccezione dell’avambraccio sinistro, che è di gesso. All’atto della scoperta mancavano le gambe, che furono in un primo momento integrate da Michelangelo; successivamente, dopo il rinvenimento degli originali, le parti michelangiolesche furono sostituite e ancora oggi sono visibili accanto alla statua.
Pompei: una città dal passato
di Caterina Dose e Alessandro Rigutto
Fra i vari luoghi che abbiamo visitato durante il “Progetto Paestum”, una meta che sicuramente ha lasciato un segno indelebile in noi è stata Pompei. Oggi famoso centro turistico, era in antichità una fiorente città mercantile. La sua
fortuna fu sin dall’inizio legata alla posizione sul mare che la rendeva un porto economico molto importante per i commerci della zona. Un periodo di splendore e benessere economico portò alla costruzione di edifici – pubblici e privati – sfarzosi e imponenti, tra cui possiamo ricordare ‘la Casa del Fauno’. La rovina della città è arrivata prima con il terribile terremoto del 62 d.C., poi definitivamente con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che ha messo fine alla vita della città e di tutte la persone che ci abitavano, ma che seppellendola l’ha trasformata in una delle città antiche meglio conservate al mondo.
Gli scavi per riportarla alla luce sono iniziati alla metà del 1700 e dopo lunghi periodi di pausa sono ripresi solo alla metà del ventesimo secolo. Nel 1997 la città è diventata Patrimonio Mondiale dell’umanità assieme ad Ercolano e alle città limitrofe.
La passeggiata tra le rovine è cominciata verso le tre del pomeriggio, dopo la visita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nonostante il sole cocente e la stanchezza accumulata nei giorni precedenti,
il fascino del luogo ci ha ricondotti al tempo in cui Pompei era una ricca comunità. La visione che si è presentata ai nostri occhi è di una città estremamente attiva e non consapevole del destino al quale andava incontro: i mercanti che gridavano per vendere la loro merce, il traffico cittadino, i bambini che giocavano, tutti elementi propri di un centro operoso e vitale, costituito da ville, teatri, fori e tabernae, com’era Pompei prima di essere colta dalla pioggia di cenere e lapilli del 79 a.C. .
La visione dei calchi degli uomini ci ha, però, riportati al momento dell’eruzione, facendoci passare dall’immagine di una città felice a quella di un luogo dominato dal terrore. In particolare, mi ha colpito la posizione del corpo di una persona che tentava disperatamente di salvare la vita al proprio figlio. La possibilità di vedere le forme e le pose delle persone è dovuta all’archeologo Giuseppe Fiorelli, che, per primo lavorando negli scavi, intuì che si potevano ottenere dei calchi dalle vittime dell’eruzione colando gesso liquido nel vuoto lasciato dai loro corpi nella cenere solidificata.
La giornata si è conclusa con la visita alla “Villa dei Misteri”, esempio intatto di un’abitazione appartenuta al patriziato. Il suo nome si deve al mistero che avvolge l’identità del proprietario e il significato di alcune scene e personaggi raffigurati su un affresco del triclinium della villa.
Per le strade di Pompei
di Michele Tonetti
Durante il soggiorno a Paestum abbiamo avuto l’opportunità di visitare la città di Pompei. Il viaggio a Paestum è stato per me un’esperienza nuova, ma la visita a Pompei mi ha decisamente colpito non avendo, tra l’altro, mai avuto occasione di visitarla prima. Sono rimasto molto affascinato dallo stato di conservazione, pressoché totale, dell’antica città romana mantenuta nelle condizioni in cui l’ha colta l’eruzione del 79 d.C. Il primo monumento che abbiamo visitato è l’anfiteatro che poteva contenere fino a 20.000 persone. Costruito nel 70 a.C., è il più antico edificio destinato alle lotte tra gladiatori. Accanto all’anfiteatro c’è la palestra, un importante luogo di aggregazione per i giovani romani, che qui trovavano la piscina per praticare il nuoto e gli strumenti a disposizione nella palestra per
allenarsi nelle discipline ginniche. Nell’area compresa tra la palestra e l’anfiteatro è possibile vedere il calco in gesso delle radici di un albero, il cui tronco è bruciato a causa del calore lavico; nella palestra sono stati rinvenuti altri tronchi di albero che hanno fornito agli studiosi una conferma circa la data di costruzione degli edifici circostanti, nonché la possibilità, grazie alla dendrologia, di individuare le piante che ornavano l’area. E’ stato molto affascinante, visitando le domus pompeiane, camminare in peristili e in esedre ornate con le medesime essenze arboree che avevano usato i romani per abbellire le loro abitazioni: in questo modo sembrava di passeggiare nell’hortus di una casa ancora abitata.
Lasciata la palestra, ci siamo diretti verso il foro, seguendo la via principale di Pompei, la via dell’Abbondanza. Lungo questo percorso abbiamo potuto visitare alcune botteghe e insulae come, ad esempio, la taverna di una certa Callimaca la quale, oltre a possedere altre attività commerciali, offriva un servizio di “intrattenimento” ai suoi clienti simile a
quello che avrebbero potuto trovare nel lupanare, raggiungibile seguendo le inconfondibili indicazioni falliche tracciate sui blocchi della carreggiata, che oggi non possono non far sorridere. Oltre alle taverne – molto numerose nella città – abbiamo visitato anche la bottega di un tintore che, rifugiatosi nel retrobottega per mettere in salvo i suoi preziosi guadagni, vi trovò la morte. Nelle botteghe, come nelle case, è possibile ammirare ancora le pitture ad encausto tipiche dell’arte romana e leggere le iscrizioni dipinte con inchiostro rosso o nero sui muri esterni degli edifici: esse riportavano il menù dei termopolia o slogan elettorali, tutti segni della vita attiva e vivace della città campana.
Dopo il foro e le terme abbiamo visitato la “Casa del Fauno”: la sede originaria del famoso mosaico rappresentante la battaglia di Isso combattuta da Alessandro Magno, ammirato nel corso della mattinata al Museo Archeologico di Napoli.
La parte più interessante della visita è stata certamente la “Villa dei Misteri” che mi ha fatto veramente immaginare di trovarmi in una casa ancora abitata; tuttavia sono rimasto molto impressionato anche nel vedere i calchi in gesso dei corpi dei cittadini pompeiani, che mi hanno molto toccato, in particolare quando si trattava di bambini.
Oggi Pompei ci appare in quasi tutta la sua estensione originaria (circa 45 ettari su 60) e ci riporta al giorno in cui il destino fermò il corso della sua storia. Le scritte elettorali sui muri, le suppellettili domestiche, le botteghe, tutto sembra ancora vivo; tutto fa pensare che la tragedia di Pompei non abbia distrutto la città, ma vi abbia solo fermato il tempo per restituircela con l’aspetto che essa aveva in quel preciso giorno del 79.
La Villa dei Misteri
di Cristina Passantino
La Villa dei Misteri è un’antica villa romana, particolarmente ben conservata, situata a circa 800 metri a nord-ovest di Pompei, al di là della necropoli e delle mura urbane. Dunque si tratta di una villa suburbana, risalente al II sec. a.C., che nel I sec. d.C. fu trasformata in una fiorente azienda agricola con impianti per la lavorazione di olive ed uva.
La villa aveva sia stanze molto raffinate destinate alle cene e all’intrattenimento sia spazi più funzionali. Una pressa per il vino venne scoperta durante i lavori di scavo, ritrovamento non insolito nelle ville rurali dell’epoca, ed è stata rimessa al suo posto originale.
Si chiama Villa dei Misteri per più ragioni. In primo luogo, in quanto il nome del suo antico proprietario è sconosciuto, anche se vi sono alcuni indizi al riguardo: un sigillo bronzeo di L. Istacidius Zosimus, un liberto della potente famiglia degli Istacidi, e una statua di Livia, moglie di Augusto.
Il primo indizio porta a pensare che L. Istacidius Zosimus fosse il proprietario della villa o il responsabile della ricostruzione dopo il terremoto del 62, mentre il secondo ha portato alcuni storici ad indicare in Livia la vera proprietaria.
La Villa dei Misteri fu così chiamata, poi, anche per i dipinti della più famosa stanza dell’abitazione, il triclinium. Sebbene il soggetto degli affreschi sia ancor oggi fortemente dibattuto, la più comune interpretazione delle immagini è che siano scene dell’iniziazione di una donna al culto dionisiaco. Fra tutte le altre interpretazioni, la più nota è quella secondo la quale il ciclo rappresenta una giovane donna durante i riti del matrimonio.
La serie di dipinti, che si legge da sinistra a destra, comincia con l’immagine di una donna,
intenta ad ascoltare un bambino che legge; segue un gruppo di sacerdotesse, più avanti un satiro che suona la cetra e un altro il flauto di Pan; a questo punto si distingue una donna dall’espressione spaventata, che sembra sul punto di proteggersi coprendo il capo col mantello. Sulla parete in fondo alla stanza c’è Dioniso tra le braccia di Arianna. Sulla parete di destra, dopo la raffigurazione della flagellazione di una ragazza, è rappresentato un rito di purificazione che si faceva prima del matrimonio.
Gli affreschi della Villa dei Misteri, a mio parere, rientrano fra le opere più pregiate che abbiamo potuto ammirare in questa meravigliosa avventura.
Una giornata tipo
di Isabella Diplotti
Nei giorni trascorsi a Paestum, le visite ai musei, le passeggiate per Torre di Paestum ed i momenti di svago sulla spiaggia si sono piacevolmente alternati alle giornate di lavoro agli scavi.
Ecco come si è svolta la nostra giornata: dopo esserci alzati ed aver fatto colazione tutti insieme nel ristorante del camping, ci dirigiamo verso l’area archeologica, dove ci dividiamo in tre gruppi con a capo ciascuno un archeologo. La giornata lavorativa è divisa in due parti: dalle 9.00 alle 12.00 siamo impegnati agli scavi, successivamente abbiamo tutto il tempo per fare il bagno e per pranzare, quindi dalle 16.00 alle 18.00 siamo nuovamente intenti a ripulire l’insula assegnataci dalla direttrice del museo di Paestum, la dott.ssa Cipriani.
Ogni gruppo esegue il proprio programma con la supervisione dell’archeologo che lo guida. I tre giovani, due laureandi ed una neolaureata, dirigono con energia ed entusiasmo i lavori, talvolta sgridandoci se ci prendiamo delle pause troppo lunghe.
Man mano che finiamo di ripulire una stanza della domus, ci spostiamo in altre ancora “vergini”.
Il nostro compito consiste nell’estirpazione delle erbacce e nell’eliminazione della polvere che ricopre le antiche rovine: i pavimenti in pietra e mosaico, le mura, le colonne, gli impluvia delle dimore romane e i collegamenti stradali.
Questo assiduo lavoro di manutenzione può sembrare noioso, ma non lo è stato affatto: anzi, si è sempre dimostrato interessante e coinvolgente. Inoltre, tra le rovine degli scavi, in un clima di collaborazione, abbiamo avuto la possibilità di stringere nuove amicizie, di scambiarci informazioni, opinioni e battute esilaranti. Così il lavoro si è trasformato in divertimento!
I tre moschettieri
di Luca Zamparo
Tutti coloro che hanno letto il famoso libro di Dumas sanno benissimo che i famigerati moschettieri non erano tre bensì quattro: Porthos, Aramis, Athos e D’Artagnan. E tutti sanno che la storia, in un modo o nell’altro, si ripete. Quest’anno abbiamo avuto la fortuna di avere con noi tre ragazzi che si sono rivelati una delle colonne portanti di questa esperienza. Volendo descriverli, utilizzerò i vecchi personaggi di Dumas.
Partiamo da Marta: sicuramente la dovrei paragonare a Porthos, il temibile combattente che con una sola mano alzava un toro, ma che aveva un cuore grande. Lei, dottoressa in archeologia, appassionata del mondo medievale e della musica celtica, ci ha ammaliato sia con la sua voce sia con le sue mosse di scherma medievale, facendosi definire, per questa sua abilità, “barbara sanguinaria”. Ma, come ho detto, Porthos era il gigante dal cuore d’oro che in qualsiasi momento correva in soccorso dei bisognosi e Marta, per come l’ho conosciuta, ha le stesse caratteristiche. Per noi giovani “pestani”, rimarrà per sempre il nostro “boss”.
Passiamo a Luca che non può essere paragonato ad altri che al raffinato intellettuale Aramis, probabilmente colui che si divertiva di più. Luca ha dato prova del suo enorme sapere in più occasioni, come durante il corso, gli scavi o la visita al museo di Napoli; ma si è anche fatto notare per la sua voglia di ridere e scherzare in tante altre occasioni, come durante le escursioni o nel villaggio, facendosi definire da Marta “il bambinone”.
A Maria Giulia non posso non associare l’intramontabile Athos, l’unico che avrebbe potuto guardare il Re negli occhi. Eleganza, raffinatezza e intelligenza erano le sue principali doti e, ora, sono le doti della più giovane studiosa di archeologia della comitiva. Maria Giulia ci ha sorpreso, durante il corso, per la sua modestia e durante il progetto per non essersi mai arresa, nemmeno contro le ardue battaglie che l’aspettavano di fronte alla resistenza e alla tenacia delle più dure “erbacce”.
Infine, manca il quarto. Posso ritenermi D’Artagnan solamente grazie a loro che hanno risposto ad ogni mia domanda, che mi hanno svelato alcuni segreti del mestiere di archeologo e che hanno cercato di cancellare alcune mie lacune, come un tempo fecero i tre moschettieri con il giovane guascone.
Una Paestum diversa dal passato
di Marco Maria Mansutti
Essendo il secondo anno che vivo un’opportunità come quella del “Progetto Paestum”, ho deciso di analizzare le differenze che in due anni sono riuscito ad osservare.
L’esperienza maturata a Paestum quest’anno mi ha lasciato piacevolmente meravigliato.
Confrontando i due fondamentali aspetti della nostra esperienza, quello riguardante la sfera lavorativa e produttiva, collegata al rendimento ed alla qualità finale del lavoro, e quello riguardante la socializzazione e le attività non lavorative, non si può fare a meno di notare grandi differenze rispetto all’anno scorso.
Per quanto riguarda il primo aspetto, quello lavorativo, quest’anno ho rilevato da parte nostra una maggiore attenzione al lavoro e più consapevolezza dell’opera che abbiamo svolto. Purtroppo, però, la totalità delle nostre energie è stata occupata in un progetto di ripulitura, all’opposto dell’anno passato, quando avevamo ottenuto il permesso di occuparci anche di un’area ricca di frammenti ceramici. Ciò era stato di grande soddisfazione per tutti.
Il secondo aspetto, quello riguardante le attività non lavorative, si può considerare in modo assai positivo. Innanzitutto quest’anno eravamo in pochi rispetto al passato e ciò ci ha dato la possibilità di diventare una sorta di grande famiglia, in cui si è creato uno spirito di unione e di amicizia.
Anche le visite a Pompei e Velia sono state estremamente piacevoli, benché io abbia sentito la mancanza di un sito meraviglioso come Ercolano.
Sono così riuscito ad osservare una Paestum diversa dallo sorso anno e sotto molti aspetti migliore.
La mia Paestum
di Maria Chiara Della Pietra
Riguardo le foto scattate durante il soggiorno a Paestum e rivedo la città nei suoi aspetti più caratteristici. Lo scenario mi affascina e resto particolarmente colpita dalla bellezza del sito archeologico, che, con i maestosi templi e le rovine dell’antica città, rappresenta un importante patrimonio culturale per il territorio campano. E’ fonte di attrazione per molti turisti, che vi si recano per ammirare Paestum in tutto il suo splendore. Noi ragazzi del liceo Marinelli abbiamo lavorato proprio in quest’area e in qualità di apprendisti archeologi abbiamo ripulito una parte considerevole dell’antica città romana. Ho provato una grande soddisfazione perché sapevo di svolgere un compito importante. E’ stata un’attività impegnativa, ma l’emozione di trovarmi in quel luogo e di essere parte integrante di un’antica realtà prevaleva certamente sulla fatica. Battevo il terreno secco con la mia cazzuola per cercare di estirpare le radici più ramificate e, di tanto in tanto, qualche turista si fermava per farmi delle domande. Come vorrei tornare indietro e fermare quegli istanti di sensazioni così forti e così difficili da spiegare per chi non ha vissuto quest’esperienza. Sono un ricordo memorabile anche le serate sulla spiaggia, conciliate dal suono della chitarra di Guido e dall’incresparsi e infrangersi delle onde sulla battigia della Costa Salernitana, culla dei nostri lunghissimi bagni. Sento ancora sulla pelle la brezza del mare e i brividi lungo il collo e mi ricordo di quando, distesa sulla sabbia, ammiravo la volta celeste sopra di me e la costellazione dell’Orsa e aspettavo che una stella cadente passasse per esprimere un desiderio.
